Ucraina, l’irruzione dei militari in politica e il protagonismo di Shoigu

In Russia prevale ora l’apparato militare sui servizi di sicurezza dalle cui fila proviene il presidente Vladimir Putin. E l’anomalia di questa guerra, e la sua conseguente imprevedibilità, è che a volerla, e condurla, è stato il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, la personalità cresciuta di peso in questi anni sull’onda dei successi in Crimea e in Siria che in questo momento ha maggior ascolto al Cremlino.

Non un militare ma un civile “privo di un addestramento militare appropriato” (anche se da tempo, sin da quando era ministro per le Situazioni di emergenza, indossa la divisa), segnalano, in un articolo pubblicato su Foreign Affairs i due analisti specializzati nei servizi di sicurezza in Russia, Andrei Soldatov e Irina Borogan, fondatori di Agentura.ru, piattaforma dedicata ai servizi russi e autori di “I compatrioti: la storia brutale e caotica dei russi in esilio, emigrati e agenti all’estero”.

In parallelo ai successi militari degli ultimi anni, ci sono però stati i flop dei servizi di intelligence, che si sono fatti smascherare nelle operazioni per l’avvelenamento di Sergei Skripal a Salisbury e contro Navalny in Siberia, che hanno completamente cambiato gli equilibri di potere a Mosca.

La velocità del dispiegamento delle forze sul campo, prima alle frontiere con l’Ucraina e poi in Ucraina, conferma solo fino “a quale punto l’intera campagna di pressioni sull’Ucraina del Cremlino sia stata guidata dei militari”, sottolineano i due autori ricordando che era dal 1825, dal tentato colpo dei Decabristi, che i militari non avevano un ruolo, non cercavano di avere un ruolo, nella vita politica del Paese, Russia o Urss che fosse.

“Sin dall’inizio, questa campagna è stata definita come una proiezione di potenza militare vecchia maniera”. Assegnando ai militari un tale ruolo decisivo, “Putin sta consolidando un clamoroso cambiamento avvenuto nella gerarchia di sicurezza nell’ultimo anno: se all’inizio della sua leadership, l’esercito non era coinvolto nella definizione delle politiche ed era subordinato ai servizi, negli anni recenti, le Forze armate hanno assunto rinnovata importanza non solo nelle relazioni con i Paesi vicini ma anche nella definizione stessa delle politiche”, precisano gli autori, ricordando lo svolgimento, il 21 febbraio scorso, del Consiglio di sicurezza a porte aperte, in cui l’unico a parlare in modo fluente è stato Shoigu, contrariamente a quanto hanno fatto i direttori dell’Svr e dell’Fsb.

Shoigu, ministro della Difesa dal 2012, era in precedenza, sin dagli anni Novanta, ministro per le Situazioni di emergenza, una carica con cui si è costruito una fama di risolutore di problemi. Originario di Tuva, la piccola repubblica della Federazione ai confini con la Mongolia, è laureato in ingegneria e non ha mai prestato servizio come militare. Ma da sempre, oltre a indossarne una, ha imposto agli ufficiali dello stato maggiore di indossare l’uniforme e sin da quando è diventato ministro ha reintrodotto l’uniforme sovietica del 1945, nota come l”uniforme della vittoria’.

Ha promosso la rivoluzione hi tech delle forze militari, istituendo il comando per le operazioni cyber, riunendo aeronautica e forze dello spazio, nelle forze aerospaziali. I suoi successi hanno aperto la strada a stanziamenti sempre più elevati. E le sanzioni hanno avvicinato gli oligarchi alla difesa nel ricostruire un nuovo complesso militar industriale. Ai miliardari che perdevano capitali con le misure occidentali venivano loro offerti lucrosi contratti nel settore.

“Nelle settimane precedenti la guerra, molti analisti dubitavano che Putin avrebbe davvero dato il via a una guerra scelta su cosi larga scala. Ma la militarizzazione della società russa e la ricostruzione dell’apparato militare sotto Shoigu hanno fornito a Putin un tentazione insuperabile, una tentazione non frenata da considerazioni dell’intelligence o diplomatiche”, sostengono i due analisti.

“E ora che l’assalto è violentemente in corso, le implicazioni complete della nuova strategia militare del Cremlino si stanno chiarendo: non solo la campagna è stata definita da un esercito che ha apertamente fatto sua la guerra, una guerra il più vasta possibile. Ma è anche guidata da Shoigu, un uomo che fino a ora ha vissuto solo successi e che non ha addestramento militare appropriato per capire che una vittoria sul campo, non importa quanto grande, può a volte portare a una sconfitta ancora più grande”, concludono i due autori.

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